ANALISI CRITICA DEI DOCUMENTI CONGRESSUALI DEL NUOVO "PARTITO COMUNISTA ITALIANO" IN FASE DI FONDAZIONE. PARTE 2°: IL DOCUMENTO POLITICO
Il documento politico del nascente Partito Comunista Italiano è uno scritto assai articolato (consta di ben cinquantatre pagine) con il quale si intende tentare un bilancio dell’esperienza storica dei Paesi socialisti, della formazione fondata nel 1921 – con il nome di Partito Comunista d’Italia – dal compagno Antonio Gramsci, e dettare le linee di movimento futuro del nuovo partito.
Si ricorderà che, in chiusura del pezzo di analisi dello Statuto, chiedevo “quale genere di confronto strutturale, con chi, e per fare cosa”; è proprio la prima tesi a rispondere alla questione: infatti, se “il socialismo, cioè la proprietà e il controllo sociale dei mezzi di produzione, di scambio, d’informazione e delle risorse essenziali per la vita umana, è, per noi, un tema attuale e decisivo”, non si vede proprio con chi tentare di aprire un dialogo.
Analizzando le varie formazioni di ‘sinistra’ presenti nell’agone politico, nessun’altra – se si esclude il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, il quale dubito abbia intenzione di confrontarsi con una qualunque altra forza politica – pone come obiettivo, seppure teorico e rimandato sine die, di rovesciare il sistema capitalista.
Per tutte, ‘comunismo’ è diventata nel tempo, come affermava l’in-Fausto, una parola indicibile; ognuna di esse ha salutato il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche “come un evento liberatorio, che avrebbe aperto una fase di nuova espansione per le idee del socialismo e posto le basi di un mondo pacificato”: peccato che così non sia assolutamente stato.
Il successivo passo non può che essere quello di definirsi anticomunisti: pertanto non è pensabile che, chi ostinatamente continua a richiamarsi ai valori portati avanti dal partito revisionista, possa proporsi come interlocutore di chi ha accolto la tesi di Uolter l’Amerikano secondo cui “si poteva stare nel Partito Comunista senza di fatto esserlo”.
Passando alla critica vera e propria del documento, si deve constatare che l’analisi della storia del partito revisionista continua ad essere sempre uguale a se stessa: un insensato incensamento della politica togliattiana, e della così detta “terza via al socialismo”, che arriva persino a vedere positivamente quella parentesi che passa sotto il nome di “compromesso storico”.
Quella vera sciagura, voluta dal cugino del gladiatore Francesco Kossiga, a sentir loro, sarebbe andata incontro ad uno scacco a causa degli ostacoli posti da più parti – “dagli apparati atlantici alla destra Dc, dal Psi all’ultrasinistra” – e del delitto Moro, ma evidentemente nel complesso sarebbe stata una vicenda positiva.
Assai più impietosa, ma non potrebbe essere altrimenti, è la critica che lo scritto pone rispetto all’esperienza del Partito della Rifondazione Comunista; tra le cause del suo fallimento, incredibilmente, non viene annoverato l’eclettismo ideologico regnante – dovuto all’entrata nel contenitore di diverse sensibilità e culture politiche – ma vengono individuate, in questo giustamente, altre questioni.
In evidenza, tra esse, si distinguono “forme di carrierismo politico, lotte interne e formazione di ceti politici separati dalla più genuina militanza di base, che hanno seminato sfiducia e distorto la gestione interna delle stesse organizzazioni comuniste, la sua trasparenza, il suo costume, la sua moralità”.
A proposito del carrierismo politico, mi preme fare una precisazione: mi pare inutile introdurre il limite massimo di durata a cariche pubbliche a due legislature – come si sostiene a pagina trentotto, alla tesi numero quattordici – se non si precisa che tale limite è da considerarsi valido rispetto al totale delle stesse: esaurite, si torna a lavorare; in questo modo si evita che qualcuno possa furbescamente intendere due mandati per ogni assemblea elettiva.
Conclusa la parte più prettamente ideologica, va salutato con simpatia il deciso no alla permanenza dell’Italia all’interno della Organizzazione Terroristica dell’Atlantico del Nord: peccato solo che a fargli da contraltare ci sia un’eccessiva simpatia per il Brics in generale, e la Cina – precisamente quella nata con l’ascesa al potere del “maggior dirigente incamminato sulla via del capitalismo” – in particolare.
Questo non toglie che ormai soltanto il Partito Comunista Italiano sostiene questa giusta posizione: tutti gli altri partiti, a cominciare da Rifondazione – che invece concorda sul fatto che questa Unione Europea, così come la sua moneta unica, non sia sostenibile – hanno ormai abbandonato da anni questa bandiera.
Proseguendo nella lettura, nel capitolo dedicato ad “Ambiente, clima territorio e salute”, ci si imbatte in un importante novità: il sovvertimeno dell’impostazione che la dirigenza post-cossuttiana ha da sempre avuto rispetto ai movimenti, fino a questo momento considerati secondari rispetto a tutti gli altri attori presenti su una determinata scena.
“Il cambiamento del modello di sviluppo è, per noi, terreno di lotta comune con il sindacato e con molti movimenti ambientalisti nazionali e comitati locali, spesso oggettivamente anticapitalisti anche se talora operano per un unico isolato obiettivo o settore”.
Un bel passo avanti per chi, all’epoca delle manifestazioni contro il G8 di Genova del 2001, aveva scelto di non scendere in piazza per non ‘contaminarsi’ con gli ‘antagonisti’, perché questo fatto avrebbe significato il rischio di essere confusi con ‘pericolosi elementi antisistema’, spesso additati dai media borghesi come terroristi.
L’unico dubbio riguarda quali dovrebbero essere i soggetti con cui realizzare la sinergia di cui sopra: se, come si afferma, “siamo contrari – alle grandi opere – quando esse determinano speculazioni politico-economiche e infiltrazioni mafiose, quando sono devastanti per l’ambiente, i territori e i loro abitanti”, non si capisce come alcune strutture locali possano sostenere talune indecenze, quali il Terzo Valico ferroviario dei Giovi.
Ancora più interessante risulta il paragrafo della tesi numero undici – “Italia: il quadro sociale e il conflitto capitale/lavoro” – intitolato “Comunisti e sindacato”; se, infatti, da una parte si continua a elogiare la Cgil “che ancora oggi raccoglie più di 5 milioni di iscritti”, dimenticandosi che più della metà di essi sono lavoratori non più attivi, dall’altra si afferma che il partito “non deve avere un unico ‘sindacato di riferimento’ ma sviluppare una volontà di dialogo e confronto con qualsiasi organizzazione sindacale”.
In conclusione, si può dire che il documento qui attenzionato risulta essere una buona base di partenza per quello che sicuramente sarà, se riuscirà a mantenere la barra dritta sugli obiettivi che vengono evidenziati, un ottimo partito socialdemocratico; il programma infatti non ha nulla di rivoluzionario – e di certo non ci si poteva aspettare altro – ma, in un mondo nel quale il potere è nelle mani di autocrati presuntuosi, rappresenta almeno un baluardo a difesa della democrazia borghese: non è poco.
Genova, 19 giugno 2016
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova
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